Amore e matrimonio nell’antica Roma

 

OMOSESSUALITA’ E BISESSUALITA’

Per la maggioranza delle società antiche e soprattutto nell’età classica, Grecia e Roma, l’identificazione sessuale, e le leggi che regolavano i rapporti sessuali, si basavano non sul fatto che l’oggetto del desiderio fosse una persona del sesso opposto o dello stesso sesso, ma sul fatto se quella persona ricopriva un ruolo attivo, associato alla virilità e alla mascolinità, oppure uno passivo. Agli antichi romani era peraltro sconosciuto il concetto moderno di omosessualità, proprio per il fatto che l’identificazione sessuale avveniva in base al ruolo svolto durante il rapporto sessuale. Fatta questa dovuta precisazione, quando si parla di omosessualità nella Roma antica bisogna necessariamente distinguere almeno tre periodi storici in cui spesso cambia la concezione e la visione dei rapporti omosessuali: Periodo della monarchia e repubblicano antecedente la conquista della Grecia; repubblicano successivo alla conquista della Grecia e Alto Impero Periodo del Basso Impero.

Nel periodo repubblicano antecedente alla conquista della Grecia i rapporti omosessuali erano osteggiati e visti con sospetto. I Romani identificavano infatti il rapporto tra persone dello stesso sesso come il vizio dei Greci, sostenendo che nei loro antenati non esisteva l’omosessualità ritenendola un’offesa al costume degli avi (il famoso mos maiorum).

Con la conquista della Grecia, assieme alla cultura greca, Roma assorbe anche molte usanze, tra cui il “vizio greco”. Ma i romani, o meglio i “cives” romani, cioè quelli che erano considerati cittadini di Roma, praticavano l’omosessualità solamente con gli schiavi e con i liberti. La Lex Scatinia (149 a.C.) condannava espressamente l’adulto nel caso di rapporti omosessuali tra adulto e puer o praetextati (da praetexta, la toga bianca orlata di porpora che portavano i ragazzi ancora non maturi sessualmente, quindi bisognerebbe parlare di pedofilia), mentre nel caso di rapporto omosessuale tra cittadini liberi adulti veniva punito quello che tra i due assumeva il ruolo passivo, con una multa di 10.000 sesterzi. Anche uomini illustri come Giulio Cesare, capostipite della Gens Iulia, o imperatori come Adriano praticavano rapporti omosessuali: l’omosessualità, o meglio la bisessualità di Cesare è ben testimoniata da Cicerone, Plutarco e Svetonio, mentre l’imperatore Adriano ebbe per anni come amante preferito il giovane schiavo della Bitinia Antinoo.

Nel mondo antico, ove una potenza demografica significava anche una potenza militare e quindi politica, relazioni fra persone dello stesso sesso potevano essere accettate solo all’interno di un comportamento bisessuale. Ovvero, per quanto di per sé non vi fosse nulla di condannabile nell’attrazione verso persone dello stesso sesso, ciò poteva realizzarsi solo dopo che un cittadino adulto, sia greco sia romano, avesse assolto ai doveri nei confronti dello stato. Fra questi ovviamente figuravano al primo posto unirsi in matrimonio, generare figli e rispettare le leggi e convenzioni sociali sulla famiglia, considerata l’architrave della società. Sulle modalità con cui tale rapporto poteva realizzarsi, il mondo greco e quello romano differivano profondamente tra di loro. Anzi, anche nel corso della storia greca tali modalità cambiarono notevolmente. È necessario comunque premettere che le informazioni storiche di cui disponiamo oggi, riguardano quasi esclusivamente la bisessualità maschile. La bisessualità femminile in Grecia era sicuramente praticata e meno soggetta a regolamentazioni. Ciò a causa del ruolo sociale assolutamente subalterno che la cultura dominante assegnava alla donna.

 

IL MATRIMONIO NELL’ANTICA ROMA

Il censore Quinto Cecilio Metello Macedonico nel131 a.C. sosteneva:

«Se potessimo vivere senza donne faremmo volentieri a meno di questa seccatura (ea molestia) ma dato che la natura ha voluto che non potessimo vivere in pace con loro né vivere senza di loro, bisogna guardare alla conservazione della razza piuttosto che ricercare piaceri effimeri».

Nel diritto romano, per due individui puberi di diverso sesso, ossia pubes l’uomo e viripotens la donna, oltre alla volontà di costituire un rapporto coniugale ed al possesso della capacità naturale è indispensabile, perché si possa avere un matrimonio legittimo, il possesso reciproco del conubium, cioè di quello stato giuridico personale che l’ordinamento pretende sussistere perché si possa parlare di iustae nuptiae. Il connubio, nell’antica Roma, è una capacità matrimoniale specifica che non tutti gli individui hanno. Negli ordinamenti moderni invece tutti indistintamente i cittadini, in assenza di eventuali impedimenti, capaci di esprimere una valida volontà matrimoniale e che hanno una determinata età possono porre in essere il negozio giuridico del matrimonio.

Legislazione e riti del matrimonio

A Roma il matrimonio era strettamente legato al diritto e in quanto istituto civilmente riconosciuto faceva riferimento a tutta una serie di leggi ad hoc. Lo ius connubi, la capacità di contrarre matrimonio, inizialmente era destinato solo ad individui della stessa classe sociale. Una importante innovazione fu la Lex Canuleia, del 445 a.C., la prima a ritenere valido il matrimonio fra patrizi e plebei. Solo sotto Caracalla tale diritto fu esteso in tutto l’Impero.

Prima del matrimonio era necessario lo sponsalia, ovvero un periodo di fidanzamento che iniziava quando i due padri procedevano con la rettifica della promessa di matrimonio. Le tipologie di matrimonio sono caratterizzate dall’ottenimento della “manus” della donna. Un matrimonio “sine manus” non concedeva al marito alcun tipo di potere sulla donna, che restava legata alla propria famiglia di origine e, quindi, non poteva avere nessuna aspettativa ereditaria dalla famiglia del marito.

Nel caso opposto, ovvero un matrimonio “cum manu“, si potevano avere tre tipi:

  • La Confaerratio era un rito di carattere religioso; si caratterizzava nell’offerta da parte dei due sposi di una focaccia di farro alla presenza del pontefice massimo del flamen diale, ovvero i sacerdoti di Giove, e a quella di dieci cittadini nel ruolo di testimoni.
  • La Coemptio, era rito di carattere più civile che religioso e prevedeva una vera e propria simulazione di una compravendita, dove la moglie era la merce e il marito l’acquirente.
  • L’unione che veniva definita Usus era la consuetudine secondo la quale se i due avessero convissuto per un periodo pari ad un anno essi potevano essere considerati marito e moglie.

La cerimonia

La cerimonia degli sponsali è descritta da vari autori romani: il giorno stabilito la fidanzata, dopo essersi vestita, riceve il fidanzato, la famiglia e gli amici di lui: tutti assieme sacrificano un animale agli dei nell’atrium della casa o presso un tempio vicino. Quando il sacrificio della pecora o di un maiale è stato compiuto, l’ auspex e i testimoni, solitamente una decina, pongono il loro sigillo sull’atto di matrimonio. L’ auspex, che non è un sacerdote né un funzionario, esamina le interiora per vedere se gli dei gradiscano quanto è stato celebrato: se così non fosse il matrimonio sarebbe annullato.

L’auspex dunque in un religioso silenzio annunzia il favore degli dei e gli sposi pronunciano una formula che nella concisione romana esprime meglio di mille parole lo spirito della unione matrimoniale: Ubi tu Gaius, ego Gaia. A questo punto la cerimonia è conclusa e gli invitati e i parenti festeggiano gli sposi innalzando grida augurali: feliciter («La felicità sia con voi!») e si dà inizio al banchetto nuziale che dura sino al tramonto. Quindi la sposa viene condotta a casa dello sposo con una processione aperta da suonatori di flauto e cinque tedofori mentre si levano canzoni licenziose e gioiose. Durante il cammino la sposa lancia ai ragazzini accorsi delle noci come quelle con cui giocava da bambina.

Alla testa del corteo sono tre amici dello sposo, uno il pronubus, porta una torcia intrecciata di biancospini, e gli altri due prendono la sposa e senza farle toccare i piedi in terra la sollevano al di là della soglia della casa ornata con paramenti bianchi e verdi fronde. Tre amiche della novella sposa entrano anche loro in casa, una porta la conocchia, un’altra il fuso, chiari simboli di quelle che saranno le sue attività casalinghe, mentre la terza, la più importante, accompagna la sposa al letto nuziale dov’è il marito che le toglie il mantello e le scioglie il triplice nodo della cintura che ferma la tunica mentre tutti gli invitati discretamente se ne vanno.

I gesti simbolici

Alcune nostre usanze nuziali hanno origine latina; l’abito bianco esisteva già nei matrimoni dell’antica Roma. La sposa infatti indossava una tunica bianca. Bianca era la stola che le scendeva ai piedi, bianca la regilla stretta ai fianchi da una fusciacca di lana bianca; bianche le strisce di lana che s’intrecciavano nei suoi capelli e infine bianca la corona di fiori che le cingeva il capo. Anche l’uso di prendere in braccio la sposa al momento di entrare in casa ha origini romane: veniva portata a braccia dal marito sin nell’“atrium” per evitarle di farle fare un ingresso col piede sinistro, cosa che sarebbe stata di pessimo augurio. Romana è pure la tradizione della fede, anello matrimoniale posto all’anulare sinistro (che si pensava direttamente collegato al cuore), simbolo della fedeltà reciproca.

La dote

È il complesso di beni che la donna porta al marito per sostenere gli oneri del matrimonio. L’ammontare della dote dipendeva dalla generosità del padre o del fratello e in generale, dipendeva da vari fattori: la ricchezza di colui che forniva la dote; il numero di fratelli e sorelle; le convenzioni in uso nel gruppo sociale al quale apparteneva la famiglia sia per quanto riguardava i beni dati al momento delle nozze che per quanto riguardava una eventuale eredità che in alcuni contesti era sostituita in tutto o in parte dalla dote.  Tre erano i modi di costituire la dote: la  dotis datio, l’effettiva trasmissione dei beni; la  dotis promissio, l’obbligazione dotale conclusa per mezzo di una comune stipulazione; la  dotis dictio, la promessa obbligatoria propria della dote. Dal giorno del matrimonio, la dote passava in proprietà del marito e si confondeva col patrimonio di questo. Così almeno, nel diritto classico. Ma in epoca più tarda il principio perdette molto della sua rigidità, pur senza cedere il campo al diverso principio che si andava intanto affermando, secondo cui il diritto del marito sulla dote non poteva essere che un usufrutto legale.

Il ruolo di marito e moglie

Ubi Caius, ibi Caia è una formula matrimoniale latina, pronunciata dalla sposa allo sposo e significa “Dove tu, Gaio (Gaio o Caio è nome latino) sei, lì io, Gaia (Caia), sarò”; in italiano si può rendere meglio con “Dovunque tu sia, lì io sarò”. Una seconda interpretazione potrebbe essere: Dovunque tu sarai felice (gaio, inteso come aggettivo), lì io sarò felice. Ovvero: Le cose che ti rendono felice, rendono felice anche me.

ubi tu Caius ego Caia (lat. «dove tu Gaio io Gaia»). – Frase che faceva parte del cerimoniale del matrimonio romano: quando, terminato il banchetto nuziale, la sposa giungeva accompagnata alla casa del marito, questi, che l’aveva preceduta, stando sulla soglia le chiedeva come si chiamasse, ed essa rispondeva così, esprimendo la sua volontà di comunione di vita; dopo tali parole, quelli che l’avevano accompagnata la sollevavano di peso e la facevano entrare in casa senza ch’ella toccasse la soglia

La ‘‘scelta’’ del coniuge

Ciò che maggiormente interessa della donna di una volta è il matrimonio, per le enormi differenze con oggi, infatti ella non solo non sceglieva l’uomo che avrebbe dovuto tenere vicino per tutta la vita, ma il suo matrimonio era un vero e proprio affare economico. Esso avveniva per mezzo di un contratto molto interessante – i famosi Capitoli matrimoniali – stipulato in presenza di un notaio e seguito da altri atti che completavano il “negotium”, come allora si chiamava ogni tipo di “affare”. Da una parte c’erano il padre e i fratelli della sposa che erano gli intestatari del patrimonio, che, nella dote, veniva assegnato allo sposo e non alla donna.

Mentre questa, se pure presente fisicamente, era rappresentata da un’altra persona, detta mundoaldo, perché non aveva potere legale. Dall’altra parte c’era il padre dello sposo che esercitava sul figlio la patria potestas, una tutela anche di carattere economico. Comunque raramente lo sposo stipulava da solo questo atto. C’erano poi altri agenti: i tutori, in presenza di figli minori in caso di secondo matrimonio, gli esecutori testamentari, se la dote interessava un lascito, gli amministratori dei Monti familiari, che gestivano questi istituti dotali, infine c’erano i testimoni.

Importante era il numero e la funzione di questi ultimi che non erano mai in numero inferiore a sette. In prevalenza erano religiosi, sicuramente membri della famiglia o persone influenti e ritenute idonee ad assicurare il rispetto e l’osservanza degli accordi nuziali oppure erano padri spirituali degli sposi. Non mancavano letterati laureati in utriusque juris doctor e altre autorità locali come il Capitano, per cui i Contratti matrimoniali danno la possibilità di individuare i legami che le due famiglie avevano con gli ambienti della società locale ed anche le persone influenti che erano presenti in quel momento sul territorio.

Il divorzio

Nella Roma antica il divorzio era ammesso e poteva avvenire o per un accordo tra i due coniugi o per volere di uno dei due partner. In ogni caso non occorreva una precisa motivazione per procedere ad un divorzio e non era necessario che intervenisse un’autorità giuridica o statale. In genere costituivano motivi validi per una separazione la mancanza di figli o il desiderio di voler intraprendere una relazione con un’altra persona. Di solito tutto si risolveva in una questione legata alla proprietà o ai beni, per esempio il marito era tenuto a restituire la dote della moglie, a meno che non ci si trovasse nel caso in cui fosse provato un adulterio da parte della donna.

In questo caso il marito poteva tenere per sé la dote della moglie per intero o in parte. Se fosse stato l’uomo a commettere adulterio, invece non subiva alcun danno. Tra l’altro in caso di divorzio i figli rimanevano col padre. Il numero dei divorzi a Roma cominciò ad aumentare a partire dal primo secolo a. C. Nella maggior parte dei casi la decisione di procedere al divorzio veniva presa dal marito, ma non era raro che anche una donna decidesse di separarsi.

Ci sono nella pratica del divorzio nella Roma antica molte differenze rispetto a quella che viene attuata nella nostra società, soprattutto in relazione al ruolo e alle possibilità riservati alla donna. A fronte di una certa libertà nel procedere ai divorzi non esisteva ancora il concetto delle pari opportunità che oggi sta a fondamento di molte politiche sociali.

 

COSTUMI SESSUALI A ROMA. AUSTERITA’ E PERMISSIVISMO

I costumi sessuali nell’antica civiltà di Roma erano caratterizzati da due atteggiamenti, quasi sempre antitetici. Il primo si riferisce alla “romanità” tradizionale fatta di compostezza e rigore con un grande culto per la famiglia e la fedeltà coniugale. L’altro aspetto, invece, riguarda la sfrenata libertà sessuale che implica l’infedeltà ed anche la prostituzione a tutti i livelli sociali, nonché l’omosessualità.

Certamente la fedeltà coniugale era esaltata. Si ricorderà l’episodio di Lucrezia che, moglie di Tarquinio Collatino, fu violentata dal figlio di Tarquinio il Superbo (ultimo re di Roma). Ebbene, lei non sopravvisse all’oltraggio e si uccise. I romani si adirarono a tal punto per questo spregio alla fedeltà coniugale che rivoltandosi contro il re lo cacciarono e contribuirono così all’instaurazione della Repubblica.

Altri aspetti dei costumi sessuali di Roma vengono meglio spiegati dalla notevole diffusione della schiavitù. Infatti la popolazione era suddivisa tra uomini liberi e schiavi. Il padrone, avendo poteri assoluti verso i suoi schiavi, richiedeva spesso prestazioni sessuali, anche agli schiavi di sesso maschile. Infatti, ciò che contava a Roma era la distinzione tra persona “attiva” e “passiva” da un punto di vista sessuale. Il vero uomo che era libero, cioè il vir, doveva avere un ruolo attivo e se fosse stato scoperto in un ruolo passivo sarebbe stato coperto di infamia; sarebbe stato cioè impudicus. Viceversa lo schiavo poteva anche rivestire un ruolo sessualmente passivo senza che questo fosse considerato anormale.

La pratica della prostituzione era molto diffusa, tollerata dallo Stato in quanto “provvedeva ai giusti sfoghi della gioventù” e, a tal proposito, i romani avevano inventato un sistema per tassarla salvando nel contempo la morale: per le donne che vi lavoravano istituirono un registro, quello degli “edili”. Vi erano iscritti tutti gli addetti ai servizi pubblici e privati, ad esempio negli acquedotti, nelle terme, nei giochi, nell’annona, nelle guardie municipali e… nelle “case del buon piacere”. Nella leggenda tramandataci poi dai moralisti (quindi costruita ad arte per infangare Roma, la corrotta) si deduce da quelle liste (visto il gran numero) che tutte le donne di Roma erano prostitute. Ma non era per nulla così, per un semplice motivo: proprio perché non disonorevole per il “comune pudore” molte signore di Roma s’iscrivevano in gran segreto per non essere incolpate di adulterio, nel caso in cui fossero state scoperte in compagnia di un amante. Potevano a quel punto essere messe alla porta dal marito, ma evitavano così il carcere. Una scappatoia legale insomma.

Col passare del tempo, in età imperiale, sorsero molte case di piacere private che non erano per nulla abusive, e in cui si potevano trovare spesso i bocconcini più prelibati: donne maritate a uomini facoltosi che pensavano solo a far soldi e trascuravano le giovani e insoddisfatte mogli; oppure figlie di buona famiglia che sceglievano di diventare “squillo” di lusso per guadagnarsi facilmente quei denari – che venivano loro negati dai padri bacchettoni – necessari a comprarsi un vestito di seta o l’ultimo profumo arrivato a Roma dall’Oriente. Addirittura la prostituzione riguardava anche la casa imperiale: Giovenale racconta le dissolutezze di Messalina, l’Augusta meretrix moglie dell’Imperatore Claudio, che si recava mascherata nei postriboli più luridi per accoppiarsi con uomini di tutti i tipi e razze.

A Roma l’incesto era severamente punito ma erano vietati anche i rapporti sessuali tra fratelli e sorelle, cugini, zii e nipoti, suoceri e nuore o generi. Esisteva poi un particolare tipo di omosessualità che era diffusa soprattutto tra i legionari e che consisteva nell’affermare da parte del vincitore la sua supremazia mediante la sodomizzazione del vinto che veniva così umiliato e degradato al livello di femmina. Questi atteggiamenti rivelano una società dai tratti crudamente maschilista.

L’adulterio era considerato reato solo se veniva commesso dalla donna ed era addirittura prevista la pena di morte se il pater familias lo riteneva necessario. Gli antichi romani consideravano l’adulterio un’offesa terribile, da punire col massimo della pena. Alla donna non poteva essere perdonata una colpa così grave, poiché il matrimonio era considerato un vincolo sacro ed inviolabile. Le ragazze giuravano fedeltà al futuro marito, già con la celebrazione del rito di fidanzamento, chiamato sponsale. Se fosse stato invece l’ uomo a commettere adulterio, egli non subiva alcun danno.

La considerazione del rapporto coniugale nell’Antica Roma

Il rapporto coniugale non è stato sempre giudicato allo stesso modo nel corso del tempo, anzi si assiste a una evoluzione: in una fase arcaica il matrimonio è prevalentemente avvertito come un “fastidio” necessario, un dovere sociale in cui non c’è posto né per il sentimento né per l’erotismo. Nelle sue Noctes Atticae, Aulo Gellio riporta alcune frasi tratte dall’orazione De prole augenda, pronunciata dal censore Metello Numidico, nel 102 a. C.:

“Se potessimo, o Quiriti, vivere senza moglie, noi tutti faremmo a meno di tale fastidio; ma poiché la natura ha disposto le cose in modo tale che non si può né vivere abbastanza bene con una donna, né in alcun modo senza di essa, è da pensare piuttosto al benessere durevole che non a un breve piacere.”

In quest’ottica è chiaro che il matrimonio si configura come un dovere sociale, fastidioso ma indispensabile per garantire la continuità della specie, per fornire cittadini allo Stato e assicurare la trasmissione del patrimonio agli eredi.

Anche Ovidio, nell’Ars amatoria esprime una concezione favorevole al libero amore, piuttosto che al rapporto coniugale regolato dalla legge:

Via da noi

tristi litigi di parole amare!

Tenero amor si nutre di dolcezza;

è per questi litigi che abbandona

il marito la sposa, ella lo sposo,

e vicendevolmente ogni cagione

trovan buona al litigio. È privilegio

riservato alle mogli: il litigare

è una dote mogliesca. Ascolti solo

la tua amica da te parole grate.

Non v’ha costretto ad uno stesso letto

nessuna legge: vostra legge è amore. (II, 151-158)

 

Non mancano però testimonianze di matrimoni felici, fondati sull’amore e sul sostegno reciproco: lo attestano molte epigrafi funerarie, lo stesso Ovidio nelle Epistulae ex Ponto, Cicerone con le sue lettere alla moglie dall’esilio, oppure Ausonio, autore di un componimento che inneggia, parafrasando o forse polemicamente ribaltando un famoso carmen catulliano, proprio all’amore coniugale:

Uxor vivamus ut viximus et teneamus

nomina, quae primo sumpsimus in thalamo;

nec ferat ulla dies, ut commutemur in aevo,

quin tibi sim iuvenis tuque puella mihi.

Nestore sim quamvis provectior aemulaque annis

vincas Cumanam tu quoque Deiphoben,

nos ignoremus quid sit matura senectus.

Scire aevi meritum, non numerare decet.

 

 

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